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Il tempo che viviamo è denso di "cose" e di avvenimenti, ma non tutti, specialmente i bambini e i ragazzi, hanno coscienza delle loro esperienze. La scuola si sforza di insegnare a capire la realtà, per interagire con essa nel modo migliore e per conseguire quel "bene comune" di cui quasi nessuno più parla. Ma il più delle volte si scontra col disinteresse. Altri sono gli stimoli che catturano l'attenzione degli alunni, altre le cose alle quali essi pensano.
La scuola si è rinnovata, ma forse non ha fatto ancora abbastanza. La voglia di "giochicchiare" (oggi va di moda farlo col cellulare) è certo naturale, come pure la vivacità. Probabilmente sarà anche colpa dei coloranti e dei conservanti presenti specialmente in merendine, gelati e bibite (a proposito, perché non tracciarne la storia?), ma sempre più spesso si sconfina nell'esagerazione.
Abbiamo l'impressione che si vada diffondendo un'etica condizionata più dalla pubblicità e dai mass-media che dalla scuola, un'etica che non scende in profondità, un'etica che genera competizione e scontro e in cui i valori morali sui quali si fonda la nostra civiltà, non contano più, nell'illusione che il denaro e gli oggetti posseduti, magari quelli di ultima generazione, siano la fonte della felicità. Questa etica, purtroppo, per usare le parole di Massimo Piattelli Palmarini, è frutto forse di una illusione cognitiva (L'illusione di sapere, Arnoldo Mondatori Editore, 1993).
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