Le storie della Storia

A cura degli alunni dell'Istituto Comprensivo Luigi Settino di San Pietro in Guarano (CS)


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Costume tra '800 e '900

Sei nella sezione: Vita sociale

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La copertina del libro, immagine originale

Dal libro " Il nonno racconta", realizzato nell'anno scolastico 1996-'97 dagli alunni della seconda elementare della scuola primaria di Redipiano, coordinati dall'insegnante Liliana Buccieri.

L'attesa

Quando la donna aspettava un bambino conduceva la vita di sempre. Non si sottoponeva a nessuna visita specialistica. L'alimentazione era quella di sempre, ma molto più abbondante, perché c'era la convinzione che la donna incinta dovesse mangiare per due. In oltre si credeva alle voglie: la futura mamma doveva mangiare tutti i cibi desiderati per evitare, nel nascituro, la comparsa di una macchia nel punto in cui la mamma si fosse toccata.

Le voglie, immagine originale

Il corredino

Il corredino veniva tutto cucito e ricamato a mano. Si usava la lana di pecora, il cotone e la flanella. Ovviamente non esistevano i pannolini usa e getta e caratteristiche erano le fasce, lunghe due metri e i coprifasce.

Bambino in fasce, immagine originale
bambino con coprifasce, immagine originale

Il parto

Il parto avveniva in casa e la partoriente veniva assistita dalla mamma, dalla suocera, dalle sorelle e da qualche amica, oltre che dalla "mammana", come veniva comunemente chiamata l'ostetrica. Il fiocco al portone non si usava. Se nasceva un maschietto il papà sparava col fucile molti colpi, in numero dispari; se nasceva una femmina pochi colpi, in un numero pari. Allora le femmine non erano tanto bene accette!

Colpi di fucile in aria per la nascita di un bambino, immagine originale

L'allattamento

Il neonato veniva allattato al seno e la mamma mangiava brodo di gallina per fare più latte. A volte la mamma non aveva latte a sufficienza e allora davano al neonato latte di asina diluito con acqua oppure lo facevano allattare da un'altra donna (nutrice), che aveva latte a sufficienza per due bambini. Diventato grande il bambino chiamava la nutrice "mamma e latte" (mamma di latte).

Il nome

Al bambino, se primogenito, veniva imposto il nome del nonno paterno (se femmina della nonna paterna); agli altri figli veniva dato il nome degli zii paterni secondo la successione.

Dare il nome al bambino era una scelta quasi obbligata, immagine originale

La culla

Il bambino dormiva nel letto assieme alla mamma e al papà oppure nella culla a dondolo che avevano solo quelli più benestanti.

Il battesimo

Il battesimo avveniva pochi giorni dopo dalla nascita, perché così, in caso di morte, il bambino andava in Paradiso e non al Limbo. Questo sacramento veniva celebrato in chiesa e per l'occasione erano invitati parenti e amici. Di solito si consumava il pranzo con maccheroni fatti in casa, spezzatino e carne di agnello, di capra e di capretto.

Per frutta c'erano mele, lupini e vino a volontà. La sera si ballava fino a tardi, a volte fino alla mattina. I più ricchi suonavano con grammofoni a tromba, gli altri con l'organetto a bocca, la chitarra e il mandolino.

In occasione del battesimo i padrini regalavano al figlioccio "a busta" (dei soldi). La madre aspettava la festa più vicina, Natale o Pasqua, per ricambiare il regalo che, di solito, consisteva in una camicia al padrino, una camicia da notte alla madrina. Il regalo più consistente veniva fatto al matrimonio dei padrini (cumpari) e si regalava il servizio di piatti o di tazze oppure di bicchieri. Di solito "u Sangiuvanni"(il battesimo) veniva scambiato tra compari.

Ballo in casa col grammofono, immagine originale

Il primo abbigliamento

Durante il primo anno di vita i bambini venivano fasciati per avere la schiena ben protetta e le gambe diritte. Quando venivano tolte le fasce gli mettevano un abitino femminile sia che si trattasse di un maschietto, sia che fosse una femminuccia. D'estate, al maschietto mettevano un paio di pantaloncini con uno spacco centrale per i bisognini.

In seguito l'abbigliamento della bambina consisteva in vestitini di cotongrezzo, sottoveste di flanella o di cotone, maglie fatte a mano, calze di lana di pecora, bianche per i giorni festivi e marroncine per i giorni feriali, sorrette dalle "taccaglie" (lacci) o da un elastico sotto o sopra il ginocchio.

I maschietti indossavano i pantaloncini corti sia d'estate che d'inverno, per lo più di velluto. Solo quando erano più grandicelli li portavano alla zuava.
Poche erano le scarpe di suola, si usavano maggiormente zoccoli di legno; d'estate, invece si camminava scalzi.

Allora non c'erano negozi di vestiti confezionati, perciò bisognava comperare la stoffa e portarla dalla sarta.

dalla sarta, immagine originale

I primi passi

Per aiutare il bambino a camminare, la mamma gli faceva indossare un corpettino di tela dura, al quale erano attaccati i "tiranti" (bretelle), che servivano per sorreggerlo. Se era occupata nelle faccende domestiche lo faceva stare nel "manganieddru" (girello di legno), che nemmeno tutti possedevano. Se invece lavorava nei campi lo deponeva in una "sporta" (cesta) ricoperta di panni.

L'alimentazione

Dopo l'allattamento al seno il bambino passava ad un' alimentazione fatta di crosta di pane bollita e condita con olio e sale, patate bollite o arrostite, ecc… In seguito mangiava tutti i prodotti stagionali. L'alimentazione era però scarsa. Si mangiavano di solito molta verdura, legumi e patate. La pasta veniva consumata di domenica e nei giorni di festa. Anche il pane scarseggiava e, a volte, bisognava fare uso di quello fatto con farina di castagne e di quello fatto con segala. La carne era poco consumata e, dato che non c'erano macellerie, bisognava accontentarsi degli animali che ognuno poteva allevare. Il consumo di pesce era raro, vista la lontananza dal mare.

La mattina i bambini mangiavano una zuppa di latte di capra. Verso le dieci, quelli che erano andati molto presto a lavorare nei campi facevano "u morsieddru" (spuntino), a base di patate e cipolle fritte, salumi e formaggi. A pranzo e a cena si consumavano anche minestre e soprattutto "a minestra maritata" (verdure selvatiche), bollite con "a purmuneddra" (insaccato di maiale). A Redipiano non c'erano negozi e ogni tanto bisognava andare "aru paise" (a San Pietro in Guarano) per comprare ciò che non si produceva.

a tavola, immagine originale

Feriti ustioni malesseri

Non tutti avevano i disinfettanti in casa. Le piccole ferite venivano lavate e fasciate con un pezzetto di stoffa. Su quelle sanguinanti si metteva, come antiemorragico, la polverina che si formava nelle travi di legno del soffitto, usata anche contro gli arrossamenti. Se c'era pus allora si spalmava un composto di pane masticato con zucchero. I "cattivi" (vermi dell'intestino) venivano calmati con aglio spalmato sulle mani e menta, da odorare.

Sulle ustioni alcuni mettevano una mezza patata, una mezza cipolla o albume di uovo sbattuto, altri poche gocce di urina.

Quando un bambino piangeva con insistenza, si pensava fosse "affascinatu" (preso dal malocchio), allora si portava da una donna che lo "sfascinava", ripetendo sottovoce una formula. Quando il bambino iniziava a sbadigliare, ritornava tutto a posto.

La mortalità infantile

A quel tempo la mortalità infantile era elevata, a causa di:
- cattive condizioni igieniche (nelle case non c'era il bagno e in una stanza vivavano anche più di dieci persone);
- alimentazione insufficiente o squilibrata;
- mancanza di un'adeguata assistenza medica;
- carenza di vaccini e medicinali, specialmente antibiotici.
Alcuni tentativi di cura erano veramente curiosi: per gli orecchioni, ad esempio, si faceva sulla parte gonfia "u signu e salamune", che consisteva nel fare il segno di una stella a sei punte col pollice bagnato nell'olio.

La scuola

La maggior parte degli scolari frequentava fino alla terza elementare, per imparare a leggere, scrivere e far di conto, che, per quei tempi si riteneva sufficiente. Chi voleva continuare doveva andare a piedi in paese.

I banchi erano tutti di legno, con il piano inclinato che si apriva verso l'alto per riporre i libri e sollevati da terra da una pedana. L'aula veniva riscaldata da un caminetto e da un piccolo braciere portato da casa; vi erano bambini di diversa età che indossavano un grembiule nero con delle striscioline colorate sul braccio, indicanti la classe. Le cartelle erano di cartone e sulle copertine dei quaderni non c'era la pubblicità.

Si scriveva con una cannuccia col pennino, intinto nell'inchiostro di un calamaio. Per asciugare le parole si usava della carta assorbente. Il primo anno si facevano le aste, poi le vocali, le consonanti e i numeri. In seguito si facevano esercitazioni di bella scrittura, copiati, dettati, problemi e temi, ma soprattutto attività manuali e pratiche.

L'insegnante era autoritario, non permetteva assolutamente di parlare o muoversi. Le punizioni erano dure e mortificanti. I bambini più vivaci e negligenti venivano messi con la faccia al muro per molto tempo, oppure dovevano stare in ginocchio sui ceci o ricevere sulle mani tante rigate con la "bacchetta", che era il terrore degli scolari.

A scuola, immagine originale

Giocattoli

Una volta i bambini non potevano giocare molte ore al giorno, perchè i genitori li portavano con loro a lavorare nei campi o li lasciavano in casa, specialmente le femminucce, a dare una mano nelle faccende domestiche. I giocattoli erano pochi, ma erano frutto della fantasia e bastavano a far divertire ugualmente.

I giocattoli maggiormente diffusi erano:
- "a vuscia": consisteva in un bastoncino appuntito alle due estremità (vuscia) che veniva colpito in terra e in aria da un paletto più lungo per farlo andare il più lontano possibile;
- "u piruozzulu": una trottola di legno fatta in casa che veniva avvolta in uno spago e lanciata.
Il 24 giugno le bambine battezzavano "u jannieddru", una bambola fatta di stoffa ripiena con erba, diventando comari.

Trottola di legno, immagine originale

Tradizioni

Nel nostro paese il senso delle tradizioni era forte. Ricordiamo "u ddiroccu", pupazzo di canne e cartapesta che veniva girato per le strade del paese accompagnato dal suono dei tamburi e dalle grida festosi dei bambini.

La vigilia Immacolata si usava accendere le "luminere" (torce) fatte di corteccia di castagno essiccate, legate le une alle altre e accese ad una estremità.

Un' altra tradizione che ancora si conserva è "i cucchjddi". Il 5 dicembre (vigilia di S. Nicola) i bambini, a gruppi, giravano casa per casa per avere "u cucchjddru" (pane di S.Nicola).

Nel periodo natalizio si cantava "a strina", accompagnandosi con qualche strumento improvvisato, come ad esempio un mortaio.

Anche l'uccisione del maiale era un vero e proprio rito, un modo anche per darsi una mano e stare insieme in allegria.

Il pupazzo di cartapesta che tradizionalmente viene fatto uscire il 16 di agosto e poi bruciato, immagine originale

Il lavoro

Le bambine, appena possibile, imparavano a ricamare; i maschietti imparavano a costruire ceste e panieri con i vimini. L'acqua veniva presa alle fontane, riempendo orciuoli. Il bucato si faceva al fiume, usando sapone fatto in casa e cenere. Il pane si faceva una volta al mese e si conservava su ripiani di canne intrecciate. In casa veniva fatto anche il formaggio e in alcune case si allevava il baco da seta ("u siricu").

Al forno, immagine originale

Il fidanzamento e il matrimonio

I ragazzi e le ragazze si fidanzavano molto presto. La dichiarazione d'amore ("a'mmasciata") veniva fatta da un'amica o da un parente, perché le ragazze non uscivano di casa se non in rare occasioni: quando andavano a prendere l'acqua o quando andavano in chiesa. Se i genitori erano d'accordo si potevano fidanzare. Il ragazzo allora andava a casa della ragazza coi genitori e le portava qualche dono. I fidanzati non si potevano sedere vicino, potevano uscire solo in occasione di qualche festa e mai da soli. Allora le ragazze più ricche portavano la dote (denaro, terreni ecc…), quelle più povere, a volte, avevano difficoltà a trovare un ragazzo.

Per arredare la casa la donna portava il corredo, tutto ricamato a mano, le pentole di alluminio e di rame, i piatti, i bicchieri, le posate e qualche mobile. L'uomo, quando possibile, la casa, qualche arnese da lavoro e qualche animale.

Il matrimonio di solito si celebrava di mattina. Il pranzo nuziale si faceva a casa dello sposo. Nel menu era d'obbligo la "pasta zita", lo spezzatino e la carne di capra o di pecora. Ovviamente c'era tanto vino e, a fine pasto, i lupini. Gli sposi dovevano stare per otto giorni in casa, durante i quali ricevevano visite. L'ottavo giorno c'era "l'esciuta" (l'uscita).

Alla fontana, immagine originale

La terza età

A quei tempi non c'erano le pensioni e per vivere le persone anziane contavano sull'aiuto dei figli, per i quali era un onore, anche se le famiglie erano molto numerose.

Il lutto

Quando moriva qualcuno i parenti stretti portavano il lutto. Le donne vestivano di nero anche per diversi anni, usando quasi sempre anche un foulard. Gli uomini oltre alla cravatta, mettevano fasce intorno alla manica della giacca o sul risvolto, intorno al cappello e per un mese si facevano crescere la barba. Col tempo poi si diffuse l'uso di attaccare al petto un bottone rivestito di stoffa nera. Una striscia nera veniva posta anche sulla porta.

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