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Assai discussa è la questione riguardante i primi abitatori della Provincia di Cosenza (Enotri, Osci, Pelasgi, Bruzi, Itali, Ausoni - vedi popolazioni italiane). Tracce di un tipo più evoluto di Homo Erectus si ritrovano in alcune zone costiere e risalgono a circa 700.000 anni a.C.
All'età della Pietra risalgono le testimonianze presenti nelle grotte di Scalea e il famoso graffito realizzato nella Grotta del Romito (Papasidero), una figura di toro incisa nella roccia risalente a 12.000 anni fa.
Di certo si sa che sulle sue coste fiorì la grande civiltà della Magna Grecia. Sibari, Crotone, Reggio e più tardi Locri furono le più importanti e fiorenti colonie greche, più agricole che commerciali.
Sibari fu una colonia fondata dagli Achei nell'VIII secolo a. C., presso la foce del Crati. Raggiunse la massima prosperità nei secoli VII e VI a. C., durante i quali fu la metropoli dell'Occidente. Andò famosa per la raffinatezza e la corruzione dei cittadini, che ne determinarono la decadenza e la fine. Fu espugnata e distrutta dalla rivale Crotone (verso il 510 a. C.). Il leggendario atleta Milone guidò l'esercito crotoniate alla vittoria, ma la sorte si beffò crudelmente di lui. Vagando per le foreste della Sila, Milone si mise in un tronco d'albero per spaccarlo, ma le forze gli vennero meno e rimase schiacciato in una morsa terribile.
Nel IV secolo a. C. calarono dall'Italia centro-meridionale nuove genti fiere e combattive, chiamate Brettii (in lingua greca) o Bruzi (in lingua latina), che s'insediarono nel Cosentino.
Si dice che la voce Brezia o Brittia deriverebbe dal celtico bret, foresta, o dal caldeo, resina, e che i Bruzi praticarono l'antico rito italico dell'inumazione, ossia della sepoltura in una bara alla fine di un rito funebre. Per mantenere la loro autonomia, i Bruzi dovettero combattere contro i Lucani e contro i Sanniti, dai quali presero però molte usanze e la lingua.
Capitale dei Bruzi fu Cosenza, con la quale si unirono altre città, fra cui Clampetia e Ocriculum, in una confederazione o consenso (di qui deriverebbe il nome di Cosenza, il capoluogo di provincia), sia a scopo di difesa sia per tentare di conquistare le colonie greche della costa, dalle quali non v'è dubbio che subirono notevoli influssi culturali. Cosenza, adagiata sulle rive dove il Busento confluisce nel fiume Crati, fu espugnata da Dionisio di Siracusa e cadde, nel 331 a. C., in potere di Alessandro I il Molosso.
Il Molosso, venuto dall'Epiro su richiesta di Taranto, fu sconfitto dai Bruzi a Pandosia, sul fiume Acheronte, e ucciso da un fuoruscito lucano.
Cosenza fu, inoltre, alleata a Pirro contro Roma e parteggiò, durante la seconda guerra punica, con Annibale. Ma le sue velleità di potenza e d'indipendenza furono assopite dai Romani.
Nel periodo di massimo splendore imperiale, Cosenza divenne un passaggio obbligato e sede di tappa per le comunicazioni con Reggio e con la Sicilia.
La via Popilia, detta anche via Annia, si snodava, come affermò il geografo Strabone, per 321 miglia, e conduceva da Reggio a Capua. Costruita per assicurare la romanizzazione del Bruzio, soprattutto per motivi militari, passava per Morano e per Cosenza. La via pubblica detta Popilia, per alcuni tratti, fu percorsa da Spartaco, che fu capo della rivolta servile contro Roma, e da Alarico il Balta nel 410 d. C.
Alarico, re dei Visigoti, saccheggiata Roma, trovò la morte a Cosenza. I Goti, piangendolo con molto affetto, deviarono il fiume, presso la città di Cosenza, e nel letto depositarono il corpo di Alarico, con ricchi trofei e parte del tesoro conquistato a Roma.
Corrado Alvaro, nel libro sulla Calabria, racconta che le acque furono poi fatte ritornare nel loro antico letto e che gli operai, che avevano compiuto il lavoro di sepoltura, furono uccisi, perché non rivelassero il segreto della tomba, "che resta nascosta forse per sempre agli sguardi umani".
Vincenzo Napolillo, studiando non solo le fonti latine di Paolo Diacono e di Iordanes, ma anche quelle greche, trova scritto nella storia di Olimpiodoro, contemporaneo di Alarico, che il cognato di Alarico, di nome Ataulfo, sposò Galla Placidia, in Francia, a Norbonne, e le offrì in dono due grandi vassoi, portati da 50 giovinetti, di cui "l'uno era pieno di ori, l'altro di pietre preziose, ancor più incompensabili, in quanto prese dai Goti in Roma durante il saccheggio fatto da Alarico".
Il tesoro fu portato a Narbona (fr. Narbonne) e Ataulfo fu assassinato a Barcellona, per vendetta privata.
Il poeta Giosuè Carducci tradusse dal tedesco, che egli conosceva bene, la ballata di Augusto von Platem, La Tomba nel Busento, che così inizia:
Cupi a notte canti suonano
Da Cosenza sul Busento,
Cupo il fiume gli rimormora
Dal suo gorgo sonnolento.
Su e giù pel fiume passano
E ripassano ombre lente:
Alarico i Goti piangono
Il gran morto di lor gente.
Nel Basso Medioevo, la provincia di Cosenza fu conquistata dai Normanni.
Nell'anno 1054, Roberto il Guiscardo edificò il castrum denominato San Marco. Il cronista Malaterra dice che per tre mesi, da marzo a maggio, un morbo pestifero seminò una grande strage di abitanti. Ciò nonostante, i Normanni, Roberto il Guiscardo e suo fratello Ruggero, con una formidabile forza d'armi avanzarono dalla provincia di Cosenza, principalmente dalla torre di San Marco Argentano, per la conquista della Calabria e della Sicilia. Ruggero II d'Altavilla affermò, per primo nell'Italia meridionale, la monarchia, che doveva essere "modello a tutti gli altri Stati d'Europa nei secoli XII e XIII", cioè il primo Stato "opera d'arte", come lo chiamò lo studioso del Rinascimento italiano, Jacopo Burckhardt.
Le cronache del tempo riferiscono che gli agguati e le razzie commessi dai Normanni impoverirono la provincia di Cosenza. Parecchi, infatti, diventarono schiavi e per sfamarsi mangiavano il pane con l'erba dei fiumi, la fibra degli alberi, le ghiande e le castagne.
Il matrimonio di Enrico VI, figlio di Federico Barbarossa, con Costanza d'Altavilla, portò l'Italia Meridionale al centro dell'attenzione della maggiore autorità politica europea, ridestando l'allarme del papato.
In questo periodo, fece sentire la sua voce profetica l'abate Gioacchino da Fiore, di Celico, che fondò il nuovo ordine del Fiore, elogiato da Dante Alighieri nel canto XII del Paradiso:
Rabano è qui, e lucemi da lato
il calabrese abate Giovacchino,
di spirito profetico dotato.
Nelle sue opere, Gioacchino propugnò un profondo rinnovamento della chiesa oltre che del mondo: dopo l'età del Padre e quella del Figlio, s'appressava la terza età, dello Spirito Santo, colma di luce, pace e amore.
Il 30 gennaio 1222, alla presenza dell'Imperatore Federico II di Svevia, fu solennemente consacrata, dal cardinale cistercense Nicolò Chiaromonte, legato del papa Onorio III, la cattedrale di Cosenza.
Il suo impianto originario romanico-gotico-cistercense ha subito, nel corso dei secoli, vari interventi e rimaneggiamenti.
Nel suo interno furono seppelliti Enrico VII lo Sciancato, figlio di Federico II, Isabella d'Aragona e Luigi III D'Angiò; di quest'ultimo non si è trovata più la sua tomba.
Dopo la sconfitta di Manfredi a Benevento, perseguitato anche da morto dall'arcivescovo di Cosenza Bartolomeo Pignatelli, la provincia di Cosenza passò sotto il dominio angioino.
Durante il successivo periodo aragonese la provincia di Cosenza fu interessata dall'arrivo degli Albanesi. L'esodo più massiccio dei profughi albanesi cristiani si ebbe negli anni 1468 e il 1472.
Nel 1530, il matrimonio di Irene Castrista Skanderberg, figlia di Giovanni Castrista, duca di S. Pietro in Galatina, con Pietrantonio Sanseverino, principe di Bisignano, che aveva seguito in Africa l'imperatore Carlo V, permise a una folla considerevole di Albanesi di stanziarsi nei casali di Macchia, S. Cosmo, S. Giorgio, Spezzano (Albanese) e Vaccarizzo.
Fu soprattutto Girolamo Sanseverino, figlio di Luca e favorevole agli Angioini, a favorire lo stanziamento degli Albanesi nelle sue terre, con esenzioni fiscali e con lo sfruttamento gratuito dei campi dove si formarono in seguito i centri abitati di Cavallerizzo, Cervicati, Mongrassano, Cerzeto, Lungro, Frascineto, Firmo, Plataci, Porcile, S. Basile, S. Martino di Finita, S. Caterina, San Giacomo, S. Lorenzo, Serra di Leo, Civita, Falconara, S. Fili, Acquaformosa. Girolamo Sanseverino acconsentì che altri gruppi di Albanesi ripopolassero centri di Altomonte, Morano, Rota Greca, Lattarico, Torano Castello, Tarsia, Castroregio, San Benedetto Ullano.
Altri nuclei, assorbiti col tempo dall'elemento locale, presero stampa in Rossano, Corigliano, Acri, Luzzi, S. Pietro in Guarano, Rende, Montalto, S. Marco, Roggiano, Castrofranco (odierna Castrovillari), Cerisano, Mendicino, Marano, Cosenza, Bisignano.
In un secolo assai difficile per la Calabria, gli scontri tra Angioini ed Aragonesi, che la depauperarono, nacque a Paola Francesco Martolilla, che a 13 anni si ritirò in una grotta, dove visse da eremita per cinque anni, a meditare sulla sofferenza e sulle ingiustizie che il suo popolo era costretto a subire. Ben presto divenne il punto di riferimento della gente più umile, che lo informava delle oppressioni quotidiane. In quel lembo del Regno di Napoli assunse il ruolo di rivendicatore degli interessi di chi non aveva più voce.
Dinanzi al re di Napoli, Ferdinando I d'Aragona, spezzò la moneta in due parti, da cui uscì sangue. Al re disse:"Sire questo è il sangue dei sudditi che tu opprimi e fai morire di fame". Chiamato dal papa, Francesco partì per la Francia nel 1483.
Il re Luigi XI lo accolse nel suo castello di Plessis-lez-Tours, pregandolo di allungargli la vita. Francesco gli rispose che non era andato lì per dargli la vita, ma solo per aiutarlo a morire da buon cristiano. Così fu. Il suo esilio francese, perché di vero esilio si trattò, si chiuse nel 1508 a Tours. Fondatore dell'Ordine dei Minimi, basato sulla penitenza quaresimale, Francesco di Paola fu proclamato santo nel 1519 dal papa Leone X de' Medici.
Egli attuò la fuga dal mondo, come aveva fatto un altro grande profeta della Calabria, San Nilo da Rossano, ma rimanendo, nello stesso tempo, nel mondo impregnandolo del senso dell'uomo e dell'umana solidarietà.
Nel 1511 Giovan Paolo Parisio, detto il Parrasio, fondò l'Accademia Cosentina, che si trasformò poi in "Accademia dei Costanti".
Fiorì, nell'ambito dell'Accademia Cosentina, Bernardino Telesio, nato a Cosenza nel 1509. Studiò la natura secondo i propri principi e sostituì, precorrendo il rinnovamento delle scienze, alla spiegazione aristotelica del mondo, fatto di materia e forma, la distinzione di materia e forza. L'Accademia Cosentina da umanistica divenne, per merito di Telesio, una delle prime accademie scientifiche moderne. Nel 1539, la provincia di Cosenza ebbe l'alto onere di essere attraversata dalle truppe di Carlo V. Dopo essere stato accolto, con grandi feste, si fermò nella tenuta di San Mauro presso Corigliano. Stupito della ricchezza di Pietro Antonio Sanseverino disse: "Il re sono io o sei tu?".
La Riforma protestante, che aveva sottratto tanti fedeli in Germania, si estese anche in provincia di Cosenza.
A Guardia Piemontese, i Valdesi, unitisi con i calvinisti, furono accusati d'eresia dal Sant'Uffizio e trucidati alla Porta del sangue.
Ad Altomonte, nel convento domenicano, stette Tommaso Campanella, continuatore della dottrina di Bernardino Telesio. Sospettato dal Sant'Uffizio di eresia e dal governo spagnolo di avere preso parte a una congiura, fu processato, torturato e rinchiuso in carcere, per 27 anni, a Napoli. Qui scrisse le sue opere principali, ricche di fermenti e motivi nuovi. Morì a Parigi nel 1639. Campanella fu anche poeta: scrisse liriche infuocate, di stile e pensiero modernissimi.
Nel 1638 la Calabria, non esclusa la provincia di Cosenza, fu funestata da un terribile terremoto, che si ripeté, con gravi lutti e danni, nel 1783. E' stato recentemente ripubblicato il Viaggio in Calabria di Don Giuseppe Maria Galanti nel 1792. Visitò Morano, feudo di Scalea, Castrovillari, la sorgente d'acqua sulfurea di Cassano, i feudi di Tarsia e di San Lorenzo della Valle (ora del Vallo). In tutto il Vallo di Cosenza, Galanti vide che le coltivazioni di grano e l'irrigazione erano praticate in malo modo.
Nel 1789, il cardinale Fabrizio Ruffo, nato nel castello di San Lucido, iniziò dalla Calabria, con le truppe sanfediste, la riconquista del Regno di Napoli, costringendo in breve tempo la repubblica a capitolare. Ebbe favori da Napoleone e più tardi dai re Giuseppe Bonaparte e Gioacchino Murat. Nel 1844, nel Vallone di Rovito furono fucilati i fratelli Attilio ed Emilio Bandiera, che gridarono "Viva l'Italia!". Le loro ossa, dopo varie vicende, furono tumulate nella chiesa dedicata ai Santi Giovanni e Paolo a Venezia.
Il terremoto del 12 febbraio 1854 ridusse a un cumulo di macerie una cinquantina di paesi e villaggi della provincia di Cosenza, fra i quali Donnici, Sant'Ippolito, Paterno, Laurignano, Tessano, Rende, Arcavacata.
A Cosenza il sisma non risparmiò il Duomo né il magnifico convento dei Cappuccini, situato sul colle Pancrazio.
Nel 1905 un altro violento terremoto arrecò gravi danni alla provincia di Cosenza e a quella di Catanzaro. Aiello Calabro perdette 23 abitanti, risultarono danneggiati i paesi di Marano Marchesato, Pietrafitta, Turzano e furono semidistrutti quelli di Castrolibero, Castiglione Cosentino, S. Stefano di Rogliano.
Nel 1980, a Cosenza furono avvertite intense scosse sismiche; ci fu tanto panico, ma si riportarono pochi danni.
La guerra del 1915-18 e la seconda guerra mondiale causarono altri lutti.
Alla marcia su Roma del 1922 partecipò Michele Bianchi di Belmonte Calabro.
Un grande contributo di forza lavoro diede la provincia di Cosenza all'emigrazione. Ora arrivano gli immigrati da varie nazioni europee ed extraeuropee. Dobbiamo dare loro solidarietà e accoglienza, in modo che possano integrarsi e costituire una risorsa umana, oltre che economica, e non un problema di legalità.



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